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Una freccia non è solo una freccia…


Nella mia infanzia, prima che io iniziassi a tirare con l’arco, questo ha sempre aleggiato attorno a me forse per la passione per gli indiani d’America di mio padre

Quando approcciai la prima volta allo strumento arco, senza averne nessuna nozione tecnica, risultò per me assolutamente naturale tant’è che tirata la prima freccia sembrava che lo avessi fatto da sempre. Tiravo con estrema disinvoltura e fluidità come appunto fa chi tira e si allena da anni.

Questo mi permise fin da subito di vivere l’arco fuori dagli schemi. Infatti non ho mai avuto un vero maestro che mi insegnasse a tirare, perché non c’era bisogno: sapevo tirare pur non avendolo mai fatto.

Ho però avuto la fortuna di incontrare tanti maestri che mi hanno dato nuovi spunti per tirare sempre in modo diverso e da qui è partito il mio viaggio.

Refrattaria alla tecnica, tirando con l’arco con la stessa naturalezza con cui si impara a camminare, ho sviluppato uno stile personale di cui ho acquisito man mano consapevolezza. È diventato per me uno specchio costante, lucido e consapevole, privo di condizionamenti o giudizio.

Fin dall’inizio, all’età di 15 anni il tiro con l’arco è per me una ricerca continua di equilibrio tra le parti: tra razionalità ed istinto, tra azione e opposizione, tra radicamento ed “oltre”, tra controllo e lasciare che sia

Razionalità ed istinto sono semplici: non essendoci la “mira” nel tiro istintivo, la componente razionale è il sentirmi in una posizione corretta nello spazio mentre l’istinto mi porta a sentire qual è il momento giusto ti scoccare.

L’azione nel tiro consiste nell’entrare in tensione con la corda fino al punto di ancoraggio mentre l’altro braccio oppone una resistenza opposta quindi occorre creare un opposizione equilibrata e rassicurante rispetto ad un’azione consapevole.

Il radicamento nasce in quei secondi di tensione prima di scoccare: ci sei, sei presente a te stess*, sei in quell’istante fuori dal tempo e dallo spazio. Sei li… e poi l’”oltre”: la freccia parte e va oltre te, lasci andare quella freccia che porta con sé nel mondo una parte di te “andando oltre”. Infatti vedi volare la freccia, la vedi solo arrivare a bersaglio, la freccia va oltre al visibile e l’imperccettibile.

Controllo e lasciare che sia: fino al momento dello scocco c’è la massima centratura, consapevolezza e piena responsabilità del gesto, poi la freccia va e qui si perde tutto quel controllo avuto. La freccia parte e, da quel momento in poi, sei inerme al suo volo, alla sua direzione ovunque essa vada.

Ancora oggi quando tiro tutto questo entra in campo e a seconda di come tiro interpreto il mio stare in base a ciò che succede.

Cominciando a fare gare all’interno dei boschi ho dovuto imparare altro, tra cui l’adattamento al mondo circostante: saper ascoltare di quell’ascolto oltre l’udito che induce alla percezione. E poi la concentrazione, l’adattamento, e anche la previsione, e l’attenzione ai dettagli…

Quando sei in un bosco, per prima cosa devi entrare in armonia con esso, una sorta di “chiedere permesso” e, se senti che il luogo non è ostile, diventarne almeno un pochino parte.

Adattarti vuol dire imparare a tirare seguendo il terreno, osservare con attenzione tutto ciò che può agire sul tiro: le pendenze, le luci del sole che filtrano, il rametto davanti, il filo d erba davanti al bersaglio; capire se è meglio tirare in ginocchio o in piedi, sapere di dover concentrarti e colpire il cuore dell’animale se pur finto che hai davanti, capire le distanze tra te e il bersaglio e quindi adattare ogni freccia ad un tiro diverso dal precedente…

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