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Fight or Flight: gestirne le conseguenze

 

Mi è capitato questo: tornavo di notte in macchina su un crinale appenninico. Per quanto vada spedita, mi sono abituata a fare attenzione ai movimenti nel buio, perché gli animali sbucano fuori all’improvviso e in vent’anni di percorrenze quasi quotidiane sono riuscita a non investirne mai nessuno. Ieri ho incontrato parecchi amici che si fidano di più ad andare in giro di notte per non incontrare noi umani: una lepre e un gatto che mi hanno attraversato la strada, un daino, una faina e un tasso… Un maledetto tasso che mi si è buttato sotto l’auto costringendomi a inchiodare e non so proprio come ne sia uscito indenne. Sicuramente avrà avuto tutti i sintomi della reazione attacco-fuga: quel meccanismo del sistema nervoso autonomo che permette al nostro corpo di essere pronto in un attimo a prestazioni che fino a quel momento non erano in programma. Cuore che pompa intensamente grandi quantità di sangue ai muscoli, organi interni che interrompono il loro lavoro metabolico ecc., al fine di migliorare il più possibile la performance necessaria a lottare per la propria vita o fuggire per salvarla.

 

Devo dire che non mi sono soffermata a pensare quanto a lungo il tasso avrebbe corso per smaltire la marea di ormoni e neurotrasmettitori e riportarsi ad uno stato di calma. Ero troppo impegnata a cercare di smaltire la mia, di marea! E di comprenderla… Sì, perché se è normale che il sistema corpo-mente si attivi in questo modo per la salvezza della propria vita, perché mai dovrebbe farlo nello stesso identico modo per la paura di togliere, noi, la vita a qualcun altro, umano o animale che sia? Perché, in effetti non c’era ragione perché io temessi per me stessa, avrei potuto ignorare il pericolo per il povero tasso e non avrei rischiato assolutamente nulla. E, ho pensato, al batticuore che ci prende se, anche senza arrivare ad un rischio reale, vediamo un bambino che si scosta dal marciapiede inaspettatamente mentre guidiamo! 

Ricordo un altro episodio in cui un camioncino davanti a me è passato letteralmente sopra a uno scoiattolo che attraversava. Ho visto l'animaletto piroettare in aria con movimenti inconsulti e questo ha provocato in me uno stato insostenibile: ho urlato per almeno venti minuti, nella mia macchina, con tutta la voce che avevo, prima di potermi sentire meglio. Così come, ieri sera ho dovuto fare qualche esercizio di respirazione e Qi Gong, perché anche se credevo di essermi calmata, mi sono accorta che le mie membra, nel letto, non si rilassavano.

 

Mi colpisce che la paura di nuocere provochi in me le stesse reazioni biochimiche della paura per me stessa. Mi stupisce che il nostro sistema perfetto che non fa mai nulla per caso, metta in moto risorse che poi non avranno ragione di essere utilizzate per poter giungere ad un nuovo equilibrio.

 

D’altro canto, ora che la nostra vita biologica è così massicciamente vissuta prevalentemente a livello mentale, questo succede ogni giorno a tantissime persone, per le quali la paura della sopravvivenza è vissuta simbolicamente ma innesca le stesse reazioni biologiche (se temo la disapprovazione di qualcuno, ad esempio, è come temere un’aggressione), e tutto il set delle risorse messe in campo, non potendo essere speso, diventa dannoso a tanti livelli per la nostra salute. (A questo proposito consiglio la lettura di PERCHÉ ALLE ZEBRE NON VIENE L’ULCERA, libro scientificamente accurato, ma scritto in modo facile e divertente da Robert Sapolsky).

 

Meno male che l’umanità ha sviluppato tecniche capaci di ristabilire l’ordine. Peccato solo che siano ancora così poco considerate… 

Ad ogni modo prendiamoci un minuto per ricordarle: meditazione, esercizi di Yoga, di Qi Gong, di respirazione, alcune arti marziali. Sono tutti strumenti raffinati che possono compensare, bilanciare, gli squilibri ormai inevitabili del nostro stile di vita.

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